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Desiderare ha a che fare con le stelle…

DESIDERARE HA A CHE FARE CON LE STELLE…

Hai tu nella vita agito in conformità al desiderio che ti abita? (J. Lacan)

Desiderare ha a che fare con le stelle. Ce lo dice l’etimologia stessa del vocabolo, dove la particella de- è accostata al termine sidus, ossia “stella”, per cui originariamente la traduzione del verbo veniva resa con “interrogare le stelle”.
Cosa c’è di più luminoso, nel senso di “capace di emettere una viva luce, di accoglierla rimanendone notevolmente rischiarato, di utilizzarla in maniera appropriata”, di un corpo celeste? E non siamo noi, esseri viventi, forse come le stelle? Piccoli puntini luminosi disseminati in una distesa oscura e misteriosa? E qui mi torna ancora in aiuto l’etimologia: mistero dal latino mysterium o dal greco mystèrion “cosa segreta”, ma anche da mystes “l’iniziato nei misteri”.
Mi fa pensare che l’origine del termine è un mistero in sé. Non conosce l’univocità e la determinatezza.
E sono proprio questi attributi che lo rendono, a mio parere, così potente. Allora forse il desiderio si mescola con la luce e con il buio, con la chiarezza e con il mistero, con una dicotomia che lascia spazio alla magia dell’incontro sempre nuovo e generativo tra polarità. Non si dice, d’altronde, che non ci sarebbe luce se non esistesse il buio?
E allora, riletto in questi termini, l’atto del desiderare potrebbe forse suggerire una condizione di mancanza – intesa come assenza di luce – illuminata o di illuminazione manchevole.

Mi pare che in quest’ottica sia possibile recuperare la magia delle stelle che giace in ogni essere umano, quella linfa vitale che è slancio naturale verso qualcosa che è altro da sé. Ecco che il desiderio assume una funzione radicalmente e profondamente umana. Esso attiene visceralmente alla natura dell’uomo, al suo essere in sintonia e armonia con ciò che egli autenticamente è.
È mia convinzione che l’atto del desiderare, di qualsivoglia intensità e durata, rappresenti lo spermatozoo in grado di fecondare l’ovulo che è la nostra Anima (o Sé, o Essenza, o Coscienza, poco importa come la si etichetta). Questa come il vento, cui la sua etimologia rimanda, è in un perenne stato di potenza: si contrae e si espande, si rallegra e si rattrista, si mostra e si nasconde secondo delle regole
altre, sconosciute alla ragione. Nel momento in cui, nel suo andare a zonzo, incontra il Desiderio – sì, con la d maiuscola – allora avviene un’esplosione di vita.

Ma l’uomo a un tratto inverte la rotta. Scopre che è più facile fare i conti con la “realtà dei fatti”, piuttosto che puntare alle stelle che giacciono nel suo universo interiore così come nel cosmo tutt’intorno a lui. E la realtà dei fatti è ambigua, subdola e pericolosa. Infatti essa, poiché oggettiva e verificabile, appare a un primo sguardo confortevole e sicura. “Tutto sommato sto bene dove sto”, ti
dici, “qui, almeno, conosco tutti e tutti conoscono me”. Ti allontani via via sempre di più dalla tua natura. Rinneghi la polvere di stelle che sei. Rinunci alla nota fuori dal coro che hai il compito e il dovere di rappresentare.
Ben presto la tanto decantata realtà oggettiva lascia intravvedere l’aridità del terreno vitale, l’insoddisfazione data dalla percepita discrepanza tra il “voglio” e il “devo”, l’anelante proiezione di un’Anima la cui voce è strozzata.

Non tutti riescono a penetrarla. È necessario uno sguardo rivolto all’interno per osservarne i paesaggi grigi, il disallineamento estenuante e il desiderio interrotto.
In questo spostamento astronomico l’uomo passa, insomma, dal de-siderare al considerare. La riflessione che mi accingo a condividere con te sorge dall’ascolto di uno dei moltissimi illuminanti interventi della dottoressa Erica Poli.
Se è vero che ciascuno di noi viene al mondo con un desiderio che si esprime in una missione unica e irripetibile (questo è lampante se osserviamo i bambini; sì, anche quelli interiori), allora è proprio l’atto del desiderare a farsi da garante per la vita, non quello del considerare. È il dialogo con le stelle a proiettare l’Anima verso il suo obiettivo, non la necessità di controllare se le tessere del puzzle sono al
loro posto e sia pertanto conveniente agire.
Per l’ennesima volta interpello l’etimologia del termine. Qualora non ti fosse chiaro, amo profondamente addentrarmi in questo spazio-tempo capace di parlare di passato, presente e futuro nello stesso istante. E trovo elettrizzante il fatto che il latino considerare derivi nuovamente da sidus “stella”, congiunta questa volta al prefisso con-, quindi in origine reso con “osservare gli astri” al fine di trarre auspici. In effetti quando l’uomo considera, cosa fa se non osservare le variabili di vantaggio e svantaggio in gioco (le stelle) per arrivare a una conclusione decisionale (gli auspici)?

Quando consideriamo, difficilmente desideriamo.
Dovremmo risvegliare in noi quell’inclinazione naturale che è nostra per diritto di nascita. Togliere la grigia polvere del calcolo e riscoprire quella magica delle stelle che ci riporta all’essenza.
Essere innanzitutto desiderio e poi decidere con fermezza di incarnarlo. Perché questo è ciò che noi siamo: desiderio profondo nato dall’incontro tra un dio e l’universo.

Quando la vita abbraccia il desiderio si trasforma completamente e ne viene vivificata (Erica Poli).

Con l’auspicio che ti riscopra desiderio che desidera, ti do appuntamento al prossimo dialogo ad
arcobaleno aperto!

Con infinito Oro,

Giulia