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Sapere che ti trovi qui è per me è un dono preziosissimo.

Ma che cos’è questo “qui?”.
Possiamo deciderlo insieme, di volta in volta.

A me, per esempio, piacerebbe tanto che fosse un’immensa tela bianca e vuota sulla quale dipingere il nostro dialogo multiforme e variopinto. Il vuoto, d’altronde, è il principio e il fine di ogni cosa.

Il primo strumento che ti serve per iniziare a manifestare l’opera d’arte è un secchiello. Hai presente quello che usavi in spiaggia da bambino per costruire castelli con la sabbia? Ecco, puoi immaginarlo così, o come preferisci, c’è spazio per tutto qui.

La cosa importante è che tu lo porti sempre con te e che abbia premura di metterci dentro l’arcobaleno.

Ecco il secondo, fondamentale elemento.

Il tuo arcobaleno. Le tue sfumature. La tua coralità.

Tu non sei certo un unicum.
Sei piuttosto una pluralità di immagini che danzano la danza della vita.
Non ti pare? Sarebbe molto noioso se fossi una realtà granitica a sé stante.

Eppure molti di noi si credono questo e finiscono così per cristallizzarsi, fissarsi, immobilizzarsi.

Si arenano in una sabbia mobile senza vie d’uscita.

Dimenticano di essere un arcobaleno.
E poi dimenticano di mettere il proprio
arcobaleno nel secchiello.

Un secchiello che, a pensarci bene, ha anche le fattezze di un’urna sacra.

Put yout rainbow in the bucket!
– mi intimò una donna che stimo molto, una volta.

Quasi come si trattasse di una questione di vita o di morte. E in effetti ho sperimentato che lo è.

Il mio più grande desiderio è che questo spazio che non ha dei connotati precisi sia il nostro metaxù.

Un between anglosassone.

Un intraducibile in italiano. Quel non-luogo che sta in mezzo tra due termini, quali potremmo essere tu ed io, e che proprio per questo li mette in relazione.

Una cerniera che funge anche da cesura.
Un monito che ci ricorda che distinzione e separazione non sono sinonimi.

Il metaxù – lungi da me la pretesa di estinguerne la portata filosofica – ha il potere di legarci in uno scambio creativo, ma fornisce anche quella distanza necessaria alla manifestazione di idee, intuizioni, desideri, emozioni.

E ci ricorda anche che, sebbene siamo distinti e non replicabili, non siamo tuttavia separati.

Un between anglosassone.

Un intraducibile in italiano. Quel non-luogo che sta in mezzo tra due termini, quali potremmo essere tu ed io, e che proprio per questo li mette in relazione.

Una cerniera che funge anche da cesura.
Un monito che ci ricorda che distinzione e separazione non sono sinonimi.

Il metaxù – lungi da me la pretesa di estinguerne la portata filosofica – ha il potere di legarci in uno scambio creativo, ma fornisce anche quella distanza necessaria alla manifestazione di idee, intuizioni, desideri, emozioni.

E ci ricorda anche che, sebbene siamo distinti e non replicabili, non siamo tuttavia separati.

Nel Timeo di Platone è infatti detto:

“Ma che due cose si compongano bene da sole, prescindendo da una terza, in maniera bella, non è possibile. Infatti, deve esserci in mezzo un legame che coniuga l’una con l’altra”.

Ecco, questo spazio virtuale ha proprio lo scopo di portare in essere la natura di ogni cosa: la relazione. Non un “tu”, non un “io”: ma un darsi incessante che azzera ogni separazione. La relazione, in effetti, è sia il principio sia al principio di ogni cosa.

E siccome la mia Leggenda Personale, per dirla con Coelho, è la Bellezza, come posso prescindere dal luogo in cui essa è libera di manifestarsi – la relazione stessa?

Metaxù rappresenta per me qualcosa di complesso e di difficile spiegazione.
È l’incarnazione dattilografica di quel processo evolutivo che va dalla pre-gestazione e si scioglie nei continui cicli di morte-rinascita che attraversiamo vivendo.

Nasce e cresce con me, essendone tuttavia io
di volta in volta parzialmente all’oscuro. Si palesa in quei momenti di grande lucidità al confine tra veglia e sogno oppure tra stato meditativo o auto-ipnotico e stato ordinario.

È così che la pancia in dolce attesa del metaxù fa capolino, col suo morbido e sinuoso profilo che odora di poesia e di caffè mattutino.
A volte lo fa in maniera elefantesca, sconquassandomi al punto da
portarmi a credere di non avere più i piedi a terra. Altre è pungente, ma malandrino e si nasconde finché non mi sfrego gli occhi abbastanza da poterlo riconoscere.

Ciò che nasce è sempre Bellezza.

Spesso si mescola con il dolore e la fatica. Come quando il nonno soleva aggiungere l’acqua al vino: oggi mi chiedo se non lo facesse per paura di ritrovarsi faccia a faccia con la Verità e dunque, essendo essa connaturata al bello, con la Bellezza. 

Il dolore di questo speciale metaxù affonda le radici in una scissione primordiale, della quale sono venuta a conoscenza soltanto di recente, sebbene sia stata proprio io a produrla. È il dolore di una natura snaturata. La mia natura. Quella del metaxù. La natura della Bellezza.

Quella cesura che non è fecondata e né feconda la cerniera di cui è gemella.


È la scissione che nei libri si presenta sotto il binomio avversivo “natura-cultura” e che nella mia vita porta il nome di “scienza-spirito”. Ma non si limita a questo. Nelle profonde vallate della mia interiorità diversi sono i cartelli che lo scimmiottano, ma che non per questo non possiedono una portata e valenza decisive. Si passa da “controllo-libertà” a “categorizzazione-multidimensionalità”,
passando per “razionalità-intuito” e “pensiero-azione” sino
ad arrivare alla più remota e misteriosa delle
coppie: “vita-morte”.

Erano i primi di gennaio quando ebbi una sorta di epifania. D’improvviso l’ultima decina di anni sembrò scorrermi dinnanzi ad una rapidità pari a quella che la mia mente riesce ad associare alla luce.
La mia vita era stata un Tao senza i puntini.

Una scelta non scelta.

Una separazione netta senza soluzione di continuità.
Un susseguirsi di due regni polarizzati su contrapposti e mutualmente escludentesi posizionamenti.
Il primo, quello della razionalità esasperata, del dimostrabile e del verificabile, del materialismo con un tocco di ottusità. Il secondo, affatto infido, dell’alfa privativo che attanaglia il principio di qualsiasi terminologia genitrice di categorie, scientificità, separazione.

La psicobiologia e le neuroscienze contrapposte al misticismo assoluto.

E Giulia? Dove si collocava?

Ma prima ancora, esisteva?

Poteva, anzi, affermare a piena voce l’Io esisto paterno?

È evidente che fosse per lei necessario attraversare in successione le due lande per comprendere che
non vigeva nessuna regola o norma che la obbligasse a separarle. E che il garante di un’eventuale loro
fusione era proprio lei.

Giulia era la cerniera. E la cesura.

Giulia è il metaxù. E ad un tempo il metaxù
è tutto ciò che lei ancora non conosce.

È forse la Śambhala tibetana?

Perciò il metaxù nel quale ci troviamo ora può essere ogni cosa che vogliamo, persino il tutto o il niente.
Può essere la singola parte che sfuma nel complesso, o la configurazione ologrammatica che si palesa
nella più impercettibile particella.

Certo è che per me è un terreno fertile di sperimentazione nel cui utero poter far fare esperienza dialogica a tutte le parti che aspirano a germinare, a salire in superficie, a conoscere e ad agire nel mondo.

E il mio augurio è che possa col tempo divenire altrettanto per te, portandoti a riscoprirti
tu stesso un unico e irripetibile metaxù.

Con Oro Infinito,

Giulia