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LO (S)FORZO

LO (S)FORZO

Siamo educati allo sforzo dalla cultura del sacrificio. Continuamente ci viene sussurrato, non troppo a voce bassa, che la realizzazione della felicità, e dunque dei propri obiettivi, implica l’atto del “fare sacrifici”. Ma è davvero così? È proprio necessario mischiare il sapore del lavoro con quello amaro e pungente del sangue e del sudore?

Una precisazione è necessaria. E ha a che fare con il significato che attribuiamo al termine “sacrificio”. Se lo osserviamo nella sua ontologia etimologica esso deriva dal verbo latino sacrificare il quale risulta composto da due termini: sacrum (azione sacra) e facere (fare).
La traduzione ci rimanda ad altrettanti aspetti. Il primo è il rito sacro, ossia “la realizzazione del
rapporto tra un singolo o una comunità di individui e il divino, attraverso cerimonie, preghiere e simili, il cui svolgimento è fisso e regolato dalla tradizione” 1 . Il secondo è il verbo fare che può essere inteso tanto in termini di “rendere” quanto di “creare”.
Il sacrificio è pertanto quell’azione che ha un connotato rituale, che rende cioè tangibile l’esperienza della relazione con il divino. Esso implica, evidentemente, lo spazio della relazione tra uomo o comunità e divinità. Ma si tratta di un’azione peculiare, poiché ha una finalità creativa.
Se accettiamo questa interpretazione, è facile notare le sue sfumature colorate di generatività, incontro e amore. “Fare il sacro” non ci racconta di una mera e ripetitiva azione la quale finisce per diventare una bruttura forzata e noiosa. All’opposto, ci induce a scorgere una perpetua novità: ogni unione con l’Altro (sia esso un individuo, un luogo, un animale o un lavoro) è sempre nuova, pur ricalcando e riproponendo nel qui ed ora un’unione primordiale con ciò che filosoficamente, religiosamente e psicologicamente può essere reso con molteplici appellativi: Dio, Sé, Anima, Natura, Spirito, Universo, e simili.
Il sacrificio è l’atto d’amore per eccellenza e, perciò, la celebrazione più autentica della Bellezza. Darsi, offrirsi, mettersi al servizio. In questa accezione esso assume un senso profondamente diverso rispetto a quello che gli viene attribuito socialmente e culturalmente.

Allora la chiave di volta non sta tanto nel sacrificio in sé, quanto nella riscoperta della sua semantica e nel riavvicinamento consapevole al suo significato. A questi va poi aggiunto il risvolto pratico cui si trovano inevitabilmente accostati.
Il raggiungimento dei nostri obiettivi, in definitiva, domanda la nostra completa e profonda
disponibilità ad offrirci e in questo ad unirci, in un simbolico amplesso generativo, all’Anima.
Allora sì che la realizzazione passa attraverso un processo sacrificale.
Non quello che ci viene per la più parte narrato.
Non certo quello che solleva il polverone dell’alienazione, della tristezza e dell’apatia.
Non di sicuro quello che richiede sforzo.

È possibile trovare quello che ci siamo detti finora negli insegnamenti di molti Maestri.
In questo momento metaxuico – a volte mi diletto nella coniazione di improbabili parole – desidero condividere quelli di due in particolare.
Il primo è Gesù il quale in un più ampio discorso riportato nel Vangelo di Matteo afferma:

“Osservate come crescono i gigli del campo: non lavorano e non filano”.

 

Esistono differenti possibilità interpretative.
Siccome durante il Liceo Classico, e ancora dopo, provai molto amore per questo filosofo, mi piace l’idea di riportare la sua.
Mi riferisco al filosofo danese Søren Kierkegaard – il cui cognome, ricordo molto bene, lasciò spazio a sfumature diverse di pronuncia nel corso degli anni – il quale vede nei gigli il simbolo di quella particolare gioia che ha a che fare con la fede religiosa. È la gioia del qui ed ora. La gioia che manifesta l’apprezzamento per il fatto che ci siano un “qua” e un “adesso” da vivere, i quali sono l’unica cosa reale. Il punto di partenza e lo strumento per comprendere il domani.

Non si tratta di una comprensione razionale, quanto piuttosto di un’inclusione del futuro nell’attimo presente. L’oggi va curato, presenziato, celebrato proprio perché in esso è già contenuto il domani.
Riporto le parole del filosofo poiché le ritengo, oltre che puntuali, particolarmente esplicative e dirette.

Chi è occupato dalle preoccupazioni del mondo sempre cerca di portare l'umanità ad essere di mentalità ristretta, lontana dalla calma dei pensieri semplici. […] L'invito dei gigli non sia benvenuto ai più… Come l'ingenuità e l'apprensione aumentano, sempre di più in ogni generazione che si rende schiava del lavoro per l'intera sua vita. Al contrario, come un minatore che non vede mai la luce del giorno, questo popolo infelice non vedrà mai la luce: questi solleciti, questi semplici pensieri, questi primi pensieri su quanto glorioso sia il genere umano.

Il secondo maestro a cui faccio riferimento è Tilopa, yogin di tradizione tantrica. Il suo insegnamento mi è arrivato a mezzo delle parole di uno dei maestri che, a mia volta, ho avuto la fortuna di incontrare sul mio cammino, Selene Calloni Williams.
All’interno de Il Grande Sigillo egli erudisce il proprio allievo Naropa attraverso il seguente monito – monito che, aggiungerei, anche la mia maestra non lesinava di ricordarmi quasi quotidianamente:

La suprema condotta è assenza di sforzo

Che cosa intende dire Tilopa? Forse che dobbiamo eliminare ogni senso di fatica dalla nostra vita? No di certo.
Occorre scendere un po’ più in profondità per comprendere che lo sforzo e la fatica non evocano la medesima esperienza.
Il primo, infatti, si accompagna ad un senso di snaturamento, di affanno, di alienazione e, importante campanello di allarme, alla percezione di star procedendo contro-corrente. Quale corrente? Quella della nostra Anima, del nostro Destino.

La corrente è, in verità, precisamente l’Anima e il suo Destino.
Quando non siamo nel flusso, o meglio, quando cessiamo di essere il flusso, ecco che avvertiamo la spinta a sforzarci. Stiamo agendo fuori dalla consapevolezza, dalla presenza e dall’ascolto interiore.
Intercediamo smarriti. Abbiamo perduto l’intenzione che è il carburante delle nostre azioni. E allora lavoriamo perché “è giusto così”, “è moralmente corretto”, “è ciò che la famiglia o la società si aspetta da noi”. Ma non stiamo incarnando il nostro Ideale. Anzi, probabilmente lo abbiamo decisamente perso di vista nel momento stesso in cui abbiamo acconsentito a realizzare il destino di qualcun altro. Ci siamo passivamente prestati a incarnare un desiderio non nostro, convincendoci così
facendo di essere dei bravi lavoratori che sacrificano la propria gioia e il proprio tempo.
Per lungo tempo ho attraversato il territorio impervio ed infelice dell’illusione e del grigiore. Ero radicalmente convinta che se non avessi seguito una via tracciata mi sarei persa o, forse peggio, mi sarei procurata un biglietto diretto per il teatro delle risa e delle critiche sociali. Non c’è tempo ora di raccontarti tutto, ma credo che, vedendomi qui con te adesso, sia piuttosto chiara la scelta che presi allora.

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La fatica, d’altro canto, fa rima con la passione, la dedizione, il piacere. È la fatica dello scrittore che si trova ad un passo dalla conclusione del proprio romanzo e sperimenta un senso di tormento appassionato, di coinvolgimento struggente, di offerta assoluta di sé. O quella del corridore cui mancano gli ultimi metri per stracciare il traguardo e in essi investe tutto il suo sudore, un sudore che trasuda gocce di amore e coinvolgimento completi.
Per quanto possa sembrare assurdo, infatti, l’altra faccia della fatica è in qualche modo la leggerezza.
Quella di Perseo che vola dapprima grazie ai sandali alati donatagli da Hermes e poi in groppa al cavallo Pegaso, nato dalla testa della Gorgone Medusa.
È la leggerezza dell’eroe che vola attraverso l’aria. Il vero eroe, colui il quale, proprio come Perseo, è al servizio della Madre, dell’Anima, della Missione.
È leggero nella sua gravosa pesantezza.

Per dirla con Calvino, la gravità contiene il segreto della leggerezza. Ogni esperienza o situazione che nella vita scegliamo e che ci gratifica in quanto leggera, presto o tardi, rivelerà la propria pesantezza. Non già una pesantezza letterale, ma quella evocata dalla presa di coscienza del proprio destino e della propria scelta
di responsabilità di fronte ad esso. La pesantezza della decisione di affrontarlo a spada tesa, in nome del proprio Ideale.
Allora, mentre sei sul cammino, varrebbe la pena di fermarti di tanto in tanto per domandarti quale sia e dove si trovi il margine tra la fatica che è impegno e lo sforzo che è alienazione.
Ogni qualvolta ti sembrerà di affogare o di sentirti prosciugato, quello sarà l’indicatore che è opportuno arrestarti un istante per ricordare a te stesso il tuo perché inteso come intenzione e fine.
Ogni qualvolta ti renderai conto che le tue azioni non contribuiscono alla Bellezza, ma generano anzi un effetto domino di nefandezza e confusione, ecco che potrai attingere da questa presa di consapevolezza quella “leggerezza gravosa” che ti consente di assumerti la responsabilità del tuo destino.
Allora e solo allora potrai comprendere e manifestare il vero senso del sacrificio. Perché solo allora sentirai l’urgenza di darti, di offrirti, di metterti al servizio in nome di un Ideale che tutto trascende, persino te stesso e il tuo beneamato lavoro.

Spero che questo abbia acceso in te un dubbio. Quell’esploratore dei mondi sottili che è Louis Borges diceva infatti che “il dubbio è uno dei nomi dell’intelligenza”. Ed è il seguente: se possiamo credere in qualcosa e nel suo preciso opposto simultaneamente, complice unicamente il cambio di circostanza, allora non è che la credenza stessa sia la più geniale frottola che continuamente propiniamo a noi stessi e, di riflesso, agli altri?

E non è forse su questo che fa leva tutto il nostro circondario? Innesto della credenza. Allattamento e nutrimento. Presa in carico e sostentamento delle medesima, in special modo nei momenti di criticità acuta. Tutela e salvaguardia della sua fissità. Compimento del processo di cristallizzazione.

Trasformazione della credenza in convinzione. Dal “forse” all’“assolutamente”. Dal possibile all’impossibile.
E allora che cos’è davvero il libero arbitrio? E prim’ancora, esso esiste davvero? O è l’ennesimo nome che diamo a qualcosa che non vogliamo vedere? L’ennesima prigione nella quale costringiamo ciò che minaccia il nostro potere?
Non credo che si tratti della libertà d’azione sugli eventi. Quella è pantomima data in pasto ai creduloni. E io ne sono stata la regina, per lungo tempo. Danzando con la vita, non sempre nella parte di chi conduce, ho potuto sperimentare che l’evento capita a prescindere dalla nostra percepita libertà dallo stesso. Perché esso non ci appartiene. Non siamo collezionatori di eventi. Al massimo è l’opposto. Sono gli eventi, questi universali, a collezionare individui affinché, dando loro voce, possano essere messi in scena.

Il cuore è la coscienza e dirige l’uomo, mentre il mentale lo censura. L’essere è indipendente e ha un’essenza superiore che risiede nel suo corpo e che non può invecchiare. L’essere dell’uomo è il suo dio. La vita non offre scelte. L’unico libero arbitrio è quello della coscienza (Ekhart Tolle).

Se poi, per concludere, interpelliamo l’etimologia del termine “sforzare” tutto diviene immediatamente ancora più nitido.
In una prima accezione esso deriva da forzare con s- intensivo e significa “aprire cercare di aprire con la forza”, “sottoporre a uno sforzo intenso o eccessivo”, “costringere qualcuno a fare qualcosa controvoglia, obbligare”. È evidente qua l’associazione con il sacrificio così come viene socialmente e culturalmente inteso e inculcato.
In una versione più arcaica, tuttavia, affonda le proprie radici in forza con s- sottrattivo a indicare dunque l’atto del “privare delle forze”. Di qui quell’alienazione, quel prosciugamento e quella confusione tipici di chi è depauperato di ogni energia propulsiva. Di chi ha perduto di vista l’Ideale e non agisce più per Amore, ma per dovere. Di chi insegue la chimera di un Dio dispotico e si convince di essere l’Abramo dei giorni nostri, non avendo compreso che il divino è l’Anima e l’Ideale e, a furia di
allontanarlo da sé, lo sta ripetutamente tradendo. Di chi vive nello sforzo sacrificale illudendosi di essere un esempio, ma altro non è che l’ombra del suo vero Sé.
Però ch’Amor mi sforza e di saber mi spoglia sospira Petrarca nel Canzoniere.

Ti leggo e ti ringrazio di cuore per il tempo che trascorriamo insieme.

Con infinito Oro,

Giulia