Ho notato che quando la mia Anima si ritrae, ritirandosi dal mondo
e tocca i suoi momenti più bassi e oscuri,
lì sfiora anche le altitudini più inavvicinabili.
Quelle dell’apertura, dell’attenzione, della cura.
D’improvviso e in maniera del tutto naturale
l’Anima ferita si trasforma
in curatrice della ferita stessa.
La boccetta di vetro
che contiene il pericoloso veleno,
come l’auroboros alchemico, diviene essa stessa l’antidoto.
Il vetro trasparente e isolante muta
in teca di cristallo a protezione del mostro.
L’Anima, specchio terso ora appannato dalla sofferenza,
si rivolge verso se stessa
e occhi negli occhi si domanda: che cosa c’è?
E risponde a se stessa con disarmante sicurezza.
Da dove origina tale sicurezza?
Eppure sa che cosa c’è.
Non sa dirlo a parole.
Ecco il mistero…
l’Anima sa che cosa c’è e nel saperlo non lo dice.
Non dice “sono depressa e tutto va male”
“vorrei eliminare la sofferenza”
“fa tutto schifo!”.
Anche se tali parole riecheggiano, come vociare di sottofondo,
non sono sue poiché lei parla per immagini e con istinto.
E mi sorprende come per istinto
ella tenda alla cura
[la cui etimologia rimanda ora all’occuparsi di, ora all’osservare con curiosità, ora al cuore].
Una cura di cui poi si dimentica,
una volta esplorati gli abissi e fatto ritorno in superficie.
Quando l’Anima fa ritorno
si lascia nuovamente sospingere dalla corrente,
da quel flusso senza dubbio intelligente, ma a volte imbroglione.
E mi sorprende come quando sprofonda
giù nell’Ade, come già fu la sorte di Orfeo,
come per magia incontri immagini peculiari, stentoree, evocative.
Simboli che le sussurrano a gran voce di antichità e di avvenire.
E sogni che le ricordano un futuro anteriore.
Ed è così facile per l’Anima oggi voltarsi,
in cerca della sua Euridice,
cedendo alla paura e al controllo
e vedendosi risucchiare violentemente verso l’alto, sino in superficie.
Spinta adesso da quella corrente sì intelligente e necessaria.
Ma si è l’Anima sufficientemente allenata a discernere?