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L'”Assolutamente” di oggi è il “Forse” di ieri

L’“ASSOLUTAMENTE” DI OGGI È IL “FORSE” DI IERI

L’incarnazione del libero arbitrio

Qualche settimana fa, mentre scorrevo tra i commenti sotto un video che parlava di astrologia transgenerazionale, mi sono imbattuta in una frase che immediatamente mi ha colpita. Mi sono sentita come il miserabile e fortunato bersaglio trafitto al cuore dalla freccia di Cupido. Così me la sono appuntata, come faccio d’abitudine.

Va ammesso che, tuttavia, questi spunti solitamente rimangono tali: si impolverano sommersi da infinite altre note, un po’ come quei libri, o peggio ancora manuali, lungamente abbandonati a se stessi che quando ripeschi dallo scaffale richiedono il soffio – lo psyché dei greci – per riprendere vita. Il dialogo interiore, travestito da deprimente monologo, va disquisendo sul fatto che arriverà l’ispirazione giusta, quell’estro di creatività che sottolinea con forza pulsante la necessità di interpellare la piccola nota senza volto. Raramente quel momento si palesa. Più frequentemente il risultato è l’accumularsi abbuffante di altre citazioni, frasi, memorie destinate a restare sepolte.
Così è dacché ho memoria. Vale a dire da quando, già molto piccola, mi sorprendevo a saltellare dal nitido inchiostro nero di un libro a quello un po’ più sbiadito e stropicciato di un altro, smarrendo me stessa tra le frasi illuminanti che incontravo. E così ho lungamente alimentato quella subdola frustrazione. Subdola perché non ha il fegato di presentarsi come tale. Non si annuncia a gran voce ma, come l’edera infesta la parete, si arrampica nel pozzo interiore, la sorgente primordiale dell’arcobaleno, sino ad intasarlo. Sicché, e sarei curiosa di sapere se anche a te è capitato, ti scopri saturo. Ti sembra che nulla più possa entrare e altresì uscire. Sei bloccato, impossibilitato. Sei castrato.
Sei frustrato. Ora sì, puoi dirlo.

Ma oggi l’urgenza di condividere ha prevalso. Quella chiamata dell’anima che non riusciva ad alimentare le corde vocali si è finalmente spinta oltre, sino a trovare la propria voce.
Cosa è capitato? La frase ha incarnato la realtà. O la realtà è stata in-formata dalla frase.

È il medesimo processo. Quello dell’artigiano che, toccando proprio quella materia grezza e non un’altra – si tratta di una mutua scelta originaria – che gli racconta la sua storia, non può fare a meno che portarne alla luce il corpo donandole la possibilità di manifestarsi. Di comunicare al mondo il proprio “esserci”. Dasein, direbbe Heidegger.

Ma arriviamo alla frase che mi è così da subuto andata a genio.

Che cos’è il libero arbitrio su cui tanti hanno disquisito? Non è altro che un semplice monito dell’Universo: decidi su quale dei due piedi stare in equilibrio nel mondo. 

All’incirca quella frase recitava così. Ma come accade con qualsiasi esperienza, le ho impresso una personale narrazione.
Sai qual è il bello della narrazione? Che puoi deciderla tu. Ma questo è anche il lato della medaglia che la rende pericolosa. Sì, perché è proprio nel modo in cui ciascuno di noi decide di narrarsi la vita e, per conseguenza, si relaziona con gli eventi che risiede la possibilità di un’esistenza di gioia e realizzazione o, al contrario, di sofferenza e distruzione.

E non è forse anche un po’ questa la riflessione sulla quale questa frase vuole condurre la nostra attenzione? Leggila con estrema presenza e ti accorgerai che contiene tutto il dispiegarsi della tua vita condensato in poche parole. In effetti, non parla solo del libero arbitrio. O meglio, il libero arbitrio non è che una delle molte etichette che abitualmente affibbiamo al modo in cui interagiamo con le situazioni che viviamo o che abbiamo vissuto o, ancora, che speriamo o temiamo di vivere.
A volte è una scelta di comodo. Ci conforta tanto credere nell’esistenza di qualcosa come la scelta libera quanto nella sua assenza. E di nuovo, decidiamo noi a cosa credere solamente nel momento in cui ne facciamo esperienza. Non è già questa, secondo definizione, un chiaro palesarsi della forza del libero arbitrio?

Spero che questo abbia acceso in te un dubbio. Quell’esploratore dei mondi sottili che è Louis Borges diceva infatti che “il dubbio è uno dei nomi dell’intelligenza”. Ed è il seguente: se possiamo credere in qualcosa e nel suo preciso opposto simultaneamente, complice unicamente il cambio di circostanza, allora non è che la credenza stessa sia la più geniale frottola che continuamente propiniamo a noi stessi e, di riflesso, agli altri?

E non è forse su questo che fa leva tutto il nostro circondario? Innesto della credenza. Allattamento e nutrimento. Presa in carico e sostentamento delle medesima, in special modo nei momenti di criticità acuta. Tutela e salvaguardia della sua fissità. Compimento del processo di cristallizzazione. Trasformazione della credenza in convinzione. Dal “forse” all’“assolutamente”. Dal possibile all’impossibile.


E allora che cos’è davvero il libero arbitrio? E prim’ancora, esso esiste davvero? O è l’ennesimo nome che diamo a qualcosa che non vogliamo vedere? L’ennesima prigione nella quale costringiamo ciò che minaccia il nostro potere?
Non credo che si tratti della libertà d’azione sugli eventi. Quella è pantomima data in pasto ai creduloni. E io ne sono stata la regina, per lungo tempo. Danzando con la vita, non sempre nella parte di chi conduce, ho potuto sperimentare che l’evento capita a prescindere dalla mia percepita libertà dallo stesso. Perché esso non mi appartiene.
Non siamo collezionatori di eventi. Al massimo è l’opposto. Sono gli eventi, questi universali, a collezionare individui affinché, dando loro voce, possano essere messi in scena.

Il cuore è la coscienza e dirige l’uomo, mentre il mentale lo censura. L’essere è indipendente e ha un’essenza superiore che risiede nel suo corpo e che non può invecchiare. L’essere dell’uomo è il suo dio. La vita non offre scelte. L’unico libero arbitrio è quello della coscienza (Ekhart Tolle).

E allora che cosa resta? Ricordi il il metaxù platonico? Ecco, là emergeva in modo seppur a tratti arzigogolato la constatazione sperimentata che la relazione tra te e l’evento è tutto ciò che resta. Ed è l’unica cosa che esiste davvero: la relazione, lo spazio che ad un tempo unisce e distingue i due estremi i quali sono proprio e soltanto in virtù di quest’area simbolica senza dimensioni.
Ecco allora che il libero arbitrio rappresenta per me la scelta del piede con cui saltellare da una casella all’altra nel gioco della campana.
Le caselle a terra sono le situazioni della vita; il gessetto che le disegna è l’Anima con il proprio progetto; i piedi sono l’uno la mente, l’altro il cuore. L’uno, se mal impiegato, ti rende vittima della narrazione, l’altro narratore e protagonista della stessa.


La libertà in questa vita risiede dunque nella decisione su come relazionarci agli eventi. Da essa dipenderà il racconto che ce ne faremo. E dal racconto deriverà il nostro livello di realizzazione, di gioia e di consapevolezza.

A partire da quale copione ti racconti la tua vita?
Ma prima ancora, ne sei consapevole?
Ti percepisci come narratore e narrato oppure ti senti piuttosto una vittima in balia delle onde di un oceano dove sono gli agenti atmosferici – manco fosse Poseidone! – a decretare la quiete o la tempesta dentro e fuori di te?

Ti leggo…

Con infinito Oro,

Giulia